Nel 2010 Fondazione Roma ha acquisito dall’UniCredit S.p.A. i fondi archivistici afferenti al Sacro Monte della Pietà di Roma e alla Cassa di Risparmio di Roma. La finalità è la conservazione di una memoria storica che valorizzi lo spirito assistenziale, a cui sono riconducibili le radici della Fondazione.
Si tratta di un complesso ed eterogeneo sistema documentario, sedimentato tra il ’500 ed il ’900 e custodito all’interno di Palazzo Sciarra-Colonna.
Fondazione Roma, consapevole del pregevole interesse insito in un così rilevante patrimonio, si è prodigata affinché entrambi i Fondi archivistici fossero preservati e valorizzati, non solo in quanto da sempre promotrice di arte e cultura ma anche perché a questo corpus documentale sono riconducibili le proprie radici.
Se infatti i Monti di Pietà nacquero intorno alla seconda metà del Quattrocento con il preciso scopo di concedere prestiti gratuiti a condizioni favorevoli in cambio di un pegno, parimenti i fondatori della Cassa di Risparmio di Roma rinunciarono espressamente ai profitti del denaro investito, per destinarli unicamente a fini filantropici.
Il recupero di questi preziosi documenti, messi a disposizione da Fondazione Roma per la comunità degli studiosi e dei visitatori all’interno del proprio Archivio storico di Palazzo Sciarra-Colonna, è stato possibile grazie alla preziosa
collaborazione con il Gruppo Unicredit, proprietario dell’Archivio, che lo ha concesso in comodato alla Fondazione Roma per trent’anni.
Si tratta di una documentazione assai eterogenea, sia nei materiali (pergamenaceo, cartaceo, iconografico, fotografico e audiovisivo), sia nella tipologia (bolle, brevi, lettere patenti, rescritti, chirografi, sentenze processuali civili e penali, testamenti, verbali, carteggi, registri, libri contabili, monete bancarie, planimetrie e manifesti), sia nei contenuti (norme statutarie, prospetti di bilancio, richieste di pegno, negozi giuridici, atti di compravendita, mandati di pagamento, contratti di lavoro artigianale e impiegatizio, titoli pubblici, petizioni e concessioni d’indulgenze), passando dal latino all’italiano e dalle scritture più antiche alla stampa.
L’Archivio storico è stato accolto a Palazzo Sciarra-Colonna, già sede di Fondazione Roma. La costruzione del Palazzo fu promossa nella seconda metà del Cinquecento dagli Sciarra, ramo della famiglia Colonna che deteneva il principato di Carbognano. L’edificio che, per la bellezza del suo portale, era incluso tra le quattro meraviglie di Roma, venne ristrutturato nel Settecento per impulso del cardinale Prospero Colonna, con il contributo del celebre architetto Luigi Vanvitelli.
I documenti sono preservati all’interno di una struttura scaffalare al fine di garantire costantemente il rispetto dei canoni di tutela e di conservazione. Al piano terra è stata allestita un’ampia sala destinata all’accoglienza degli studiosi, supportati nell’analisi dei documenti e nella loro attività di ricerca da una serie di servizi e di strumenti di consultazione informatici e cartacei, tra cui una biblioteca specialistica munita di repertori, monografie e periodici, tuttora in fase d’incremento, al fine di contribuire, grazie a future pubblicazioni, all’ampliamento del quadro conoscitivo su entrambi gli Istituti creditizi.
Adiacente all’area studio sorge uno spazio espositivo che, attraverso quattordici teche, custodisce una selezione di documenti e di cimeli ordinati secondo il criterio cronologico, per offrire un viaggio a ritroso nel tempo che ha inizio nel XVI secolo.
Si parte dal Sacro Monte della Pietà che, fondato a Roma nel 1539 da Giovanni Calvo (da Calvi in Corsica), nacque come strumento di credito su pegno destinato ai meno abbienti. La sua istituzione fu decretata da Paolo III Farnese tramite una Bolla in cui veniva ribadita la legittimità dell’istituto. L’atto istitutivo stabilì, inoltre, che l’Ente fosse amministrato da una Congregazione formata da religiosi e da dirigenti laici, con carica rispettivamente vitalizia ed elettiva annuale.
Dagli esemplari sia originali che a stampa delle successive riforme statutarie del 1617 e del 1767, sottoscritte dai cardinali Pietro Aldobrandini e Giuseppe Maria Castelli, si rilevano quanti e quali innovazioni incisero profondamente sul sistema creditizio del Monte. Grazie all’istituzione del Banco dei depositi, l’Ente poté beneficiare di un reddito fisso che servì a rafforzare l’attività di credito su pegno con la conseguente riduzione del tasso d’interesse.
Successivamente Paolo V Borghese autorizzò l’Istituto prima a gestire il credito agrario a favore dei proprietari terrieri laziali per cifre comprese tra i mille i duemila scudi, e poi a concedere prestiti anche considerevoli con una bassa percentuale di rendita e dietro garanzia di preziosi alle istituzioni religiose e alle famiglie nobiliari romane.
Destinato dapprima ai bisognosi, l’Istituto incominciò a incamerare sia gioielli (per la cui stima fu creato un laboratorio di ricerche fisiche che, testimoniato da riproduzioni fotografiche, raccolse esperti gemmologi, divenendo in breve tempo leader nel settore), sia importanti opere d’arte che, secondo gli inventari, contribuirono ad arricchire la Galleria del Monte. Il patrimonio artistico della Fondazione, incrementato da una serie di acquisizioni, ospita al secondo piano del Palazzo Sciarra-Colonna il corpus principale della Collezione d’arte che si sviluppa, attraverso otto sale, in un excursus pittorico che va dal XV al XX secolo.
L’intensificarsi delle attività di credito su pegno e della raccolta dei depositi, pose in rilievo la necessità di garantire all’Istituto locali adeguati, destinati all’accoglienza del personale specializzato e alla custodia degli ingenti e preziosi oggetti lasciati a garanzia del prestito.
Piazza della Chiavica di S. Lucia, Piazza San Salvatore in Lauro e Via Aracoeli furono alcune tra le sistemazioni provvisorie del Monte che soltanto nel 1585, per volontà di Sisto V Peretti, ebbe la sua prima ed effettiva sede a Palazzo Salimei in Via dei Coronari n. 32 (ribattezzato “Monte Vecchio”), e lì rimase finché nel 1604 non venne trasferito nell’allora Piazza S. Martinello.
L’edificio destinato ad accogliere il Monte, fu sottoposto a successivi ampliamenti per i quali furono sfruttati gli spazi circostanti occupati dalle case e dalla chiesa di S. Salvatore in Campo. Arricchito della splendida Cappella dell’Arciconfraternita, espressione dell’arte barocca, divenne la sede definitiva dell’Istituto. Un interessante percorso architettonico-urbanistico che è possibile ricostruire attraverso la ricca documentazione, completa di registri e planimetrie, custodita nell’Archivio.
Oltre al Banco dei depositi, l’Istituto promosse anche un’attenta politica d’investimenti patrimoniali consistenti sia in titoli pubblici, sia in fondi urbani e rustici, in parte provenienti anche da lasciti ereditari e donazioni, tra cui le tenute presso Perugia, Civitavecchia, Allumiere e Corneto (l’odierna Tarquinia), che l’Ente acquistò nel 1835 dalla Reverenda Camera Apostolica.
Il conseguente aumento di capitale consentì all’Istituto di accrescere il proprio volume di credito che ebbe soprattutto il merito di sottrarre molto spazio nel mercato dei prestiti ai banchi privati, fino ad arrivare alla loro soppressione nel 1682.
Nato, dunque, come “Monte dei prestiti”, incentrato su una politica creditizia istituzionalizzata scandita da intenti caritatevoli, nel corso dei secoli l’Ente incamerò una serie di funzioni che contribuirono a ritagliargli un ruolo principale nell’amministrazione pontificia. Al Monte fu conferita anche piena autonomia giurisdizionale, sia civile che penale, per i reati commessi dai dipendenti e riguardanti gli interessi dell’Istituto tramite il Motu del 21 agosto 1560, con cui fu designato il cardinale protettore quale giudice ordinario e perpetuo (come testimoniano i registri processuali conservati nell’Archivio, di chiaro interesse per la ricostruzione della giurisprudenza dell’epoca e dei suoi collegamenti con il diritto canonico).
Il consolidato rapporto con lo Stato pontificio fece sì che la crisi politica e finanziaria verificatasi con gli eventi causati dalla rivoluzione francese, incidesse sulle attività dell’Ente che ripresero all’indomani della caduta della Repubblica romana per impulso del cardinale Aurelio Roverella.
In seguito alla nascita del Regno d’Italia, il Monte fu commissariato nel 1871 e venne sancito lo scioglimento dell’Amministrazione pontificia e il successivo impianto del nuovo assetto in un’epoca di transizione di cui l’Archivio offre importanti testimonianze. Terminato il periodo d’amministrazione provvisoria, fu confermata l’attività di credito su pegno dell’Istituto a cui si aggiunsero i servizi di risparmio e d’investimento, finché il Monte fu incorporato nella Cassa di Risparmio di Roma, di cui si possono seguire le singole fasi attraverso i verbali custoditi nell’Archivio storico.
Analogamente ai criteri caritatevoli che contraddistinsero la plurisecolare attività creditizia del Monte, la Cassa di Risparmio si propose come un istituto intento a divulgare ideali di solidarietà attraverso la mutua assistenza dei ceti meno abbienti, infondendo loro la cultura del risparmio e lo spirito di previdenza.
Secondo lo statuto, l’Ente nacque come una società privata per azioni. Essa, su impulso di cento soci tra prelati, esponenti della finanza, dell’imprenditoria e delle famiglie patrizie romane, ottenne l’approvazione di Gregorio XVI Cappellari con il Rescritto del 20 giugno 1836 che, insieme al regolamento per l’istituzione, in una edizione a stampa, campeggia nella Sala espositiva.
Più che la quota societaria iniziale, fu il prestigio dei finanziatori a infondere fiducia nei piccoli e futuri risparmiatori. Grazie al loro contributo venne sostenuta una cospicua raccolta di depositi, con una crescita esponenziale registratasi allorquando la Cassa aprì al pubblico presso il Palazzo del Presidente, Francesco Borghese. Egli a disposizione la propria residenza per evitare che le spese d’affitto e d’impianto di locali preposti gravassero sul bilancio aziendale. Tale sistemazione durò per molti anni finché nel 1862 l’Istituto decise d’identificarsi in una propria realtà edilizia acquistando, dall’Arcispedale di San Giacomo in Augusta, un vasto isolato, compreso tra piazza Sciarra, via del Caravita e via Montecatini. Qui fu costruita, su progetto dell’architetto Antonio Cipolla (1820-1874), la nuova sede inaugurata il 29 novembre 1874.
Scelto nel 1948 quale location per alcune scene di uno dei capolavori del neorealismo cinematografico italiano, Ladri di biciclette del premio Oscar Vittorio De Sica (di cui l’Archivio conserva la lettera di ringraziamento per la collaborazione riservata), l’edificio mantenne il proprio ruolo di residenza fino al 1970 allorquando tutti gli uffici furono trasferiti nell’antistante Palazzo Sciarra-Colonna.
Le attività creditizie del nuovo Istituto, nel tempo, furono scandite dalle vicende risorgimentali che, con continui trend altalenanti, determinarono sia preoccupanti e consistenti prelievi, sia un’importante crescita del settore immobiliare.
Considerevoli cambiamenti di carattere gestionale furono introdotti nello statuto approvato nel 1891 con la cosiddetta “legge organica”, che tese a disciplinare l’assetto delle Casse di Risparmio che si trasformarono in istituti di credito ordinario con caratteristiche commerciali, destinate alle dipendenze del Ministero dell’Agricoltura, Industria e Commercio e definite come enti di previdenza, di cui fu riconosciuta la piena autonomia.
Superate le diverse crisi economiche ottocentesche, con il nuovo secolo l’Istituto avviò una politica di sviluppo e consolidamento attraverso un’espansione capillare sul territorio laziale, acquisendo la gestione di servizi speciali come le esattorie e ricevitorie, comunali e provinciali, e l’esercizio del credito agrario, fondiario, artigiano e su pegno, attivato dopo l’incorporazione del Monte di Pietà di Roma (a cui seguirono nel 1941 i Monti di Velletri, Frascati e Veroli). Ma fu, senz’altro, l’attività di raccolta dei depositi a far sì che la Cassa eccellesse nel sistema bancario romano e s’imponesse a livello nazionale e internazionale.
Oltre un secolo di storia che ha subito un’importante svolta con la Legge 30 luglio 1990, n.218 (G.U. 6 agosto 1990, n.182), la cosiddetta “Legge Amato” che determinò lo scorporo dell’Istituto in due realtà: l’azienda bancaria, che confluì nel Banco di Santo Spirito e successivamente si fuse con il Banco di Roma, dando origine alla Banca di Roma, e incorporata in UniCredit, e l’anima filantropica ereditata e preservata dalla Fondazione Roma, che ha continuato a sostenere il territorio di riferimento nei principali comparti del welfare, perpetuando quei principi che animarono i fondatori del Sacro Monte della Pietà e della Cassa di Risparmio, la cui memoria è oggi custodita nell’Archivio storico.


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